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domenica 13 ottobre 2019
lunedì 7 ottobre 2019
domenica 15 gennaio 2017
lunedì 26 gennaio 2015
QUANTITATIVE EASING
La Banca Centrale Europea nel
corso della riunione di venerdì 23 gennaio 2015, ha annunciato con grande
clamore il varo di un’operazione di Quantitative Easing, ovvero di
alleggerimento o allentamento quantitativo. In pratica si tratta di una
massiccia operazione di emissione di nuova moneta finalizzata all’acquisto di
titoli di stato o obbligazionari detenuti nel portafoglio degli Istituti
Bancari europei. Le finalità dichiarate dell’operazione sono quelle di
immettere nuova liquidità nelle banche alleggerendone il portafoglio titoli, in
modo che queste possano emettere nuovi mutui o prestiti sul mercato del
credito, e, di conseguenza si ottenga come effetto collaterale un innalzamento
del tasso di inflazione al 2% circa, allontanando la pericolosissima deflazione
che sta causando sempre maggiori problemi. Inizialmente l’operazione avrebbe
dovuto essere di circa 500 miliardi di euro. Successivamente è stata
raddoppiata a circa 1140 miliardi, con un piano d’acquisti per circa 60
miliardi al mese a partire da marzo 2015 e sino a settembre 2016. Il piano
d’acquisti riguarda tutta l’unione europea, ad eccezione della Grecia e di
Cipro, i cui titoli hanno un rating D (default), ovvero sono considerati
spazzatura. Ovviamente l’operazione è stata seguita da un grande clamore
mediatico e salutata come se fosse risolutiva dell’attuale crisi senza fine
che, ormai da otto anni, attanaglia l’Europa. Come sempre in questi casi
occorre fare chiarezza e riportare le cose alla loro giusta dimensione.
Domenica 26 ottobre 2014, alle ore 13.15 presso la sede della Banca D’Italia a
Palazzo Koch, si teneva una conferenza stampa che faceva seguito ad una analoga
tenuta precedentemente presso la Sede della BCE e Francoforte. In
quell’occasione, Fabio Panetta, vice direttore del nostro Istituto Centrale,
comunicava i risultati dei cosiddetti stress test ai quali erano state
sottoposte le banche italiane per verificarne la resistenza a fronte di
situazioni estreme. Nel caso italiano in particolare, "lo scenario è molto
sfavorevole perché ipotizza una grave recessione per l’intero periodo 2014-16,
dopo quella già sofferta dall’economia italiana nel 2012-13, che faceva
seguito a quella del 2008-09; ipotizza inoltre un riacutizzarsi della crisi del
debito sovrano. Questo ipotetico scenario utilizzato nella simulazione -
sintetizza Panetta - configurerebbe quindi un collasso dell’economia italiana,
con gravi conseguenze ben oltre la sfera bancaria" In particolare, dalle
simulazioni, emerge l’incapacità di far fronte a situazioni anche solo “difficili”
di due istituti di credito italiani: il Monte dei Paschi di Siena e la Banca
Carige di Genova. E’ bene ricordare che MPS è già stato finanziato a spese dei
contribuenti per ben 4 miliardi durante il controverso governo Monti. Perlomeno
in prima battuta il QE appare quindi come un ulteriore salvagente lanciato agli
Istituti di Credito “decotti”, che non la panacea per i mali dell’economia
europea. Come da noi già sottolineato precedentemente, gli Istituti Bancari in
grave crisi, a partire dal Monte dei Paschi di Siena, dovrebbero essere
sottoposti alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, e non aiutati
a spese dei contribuenti. I motivi per cui non si è voluto procedere alla
L.C.A. così come previsto dalla legge bancaria italiana, sono puramente
politici, non economici. In un sistema sano il fallimento di una banca, per
quanto doloroso possa essere, equivale ad eliminare una mela marcia, salvando e
tutelando tutte le altre. La strada intrapresa dal Governo Italiano, (ma anche
da quello di altri paesi) è stata invece quella del salvataggio a tutti i
costi. Il fallimento della Banca Privata Italiana di Michele Sindona prima, e
del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi successivamente, hanno contribuito
all’irrobustimento del sistema bancario italiano e hanno fatto da monito ai
banchieri per un cero numero di anni. Ma oggi non è più così. Bisogna infatti
prendere atto di una strenua volontà governativa, sia a livello nazionale che a
livello europeo, di voler salvare le banche anche a scapito dell’economia
reale. Ma non finisce qui. L’acquisto di titoli di stato e/o obbligazioni è
suddiviso tra i vari Stati in ragione della loro partecipazione al capitale
della BCE. Nel caso dell’Italia la quota detenuta dalla nostra Banca D’Italia è
pari al 12,3108%. In pratica, dei circa 1140 miliardi di euro del QE, ne
verranno spesi in Italia solo 140,34 circa, al ritmo di 7 miliardi al mese
circa. Non è molto per risollevare un’economia nazionale gravata da un debito
pubblico fuori controllo che ormai viaggia allegramente oltre i 2150 miliardi
di euro, ma è sicuramente un grosso regalo fatto alle banche nostrane che, a
causa di tutta una serie di politiche industriali e di investimenti sbagliati
si trovano, per l’ennesima volta, a corto di liquidità. Possiamo anche
presumere che questi soldi serviranno più per sanare i bilanci degli Istituti,
che non per creare liquidità a disposizione delle imprese e dei privati in
un’ottica di superamento del “Credit Crunch”. Esiste ovviamente una clausola di
salvaguardia a tutela dell’investimento della BCE. La Banca Centrale Europea
assume su di sé solo il 20% del rischio, il rimanente 80% resta a carico del
Paese che emette i titoli. Nel caso dell’Italia il rischio maggiore è insito
nel fatto che, in caso di insolvenza e/o di rating “D” del nostro debito
sovrano, dovremmo cedere alla BCE sia le nostre riserve auree che quelle
valutarie. Non è cosa da poco, ma come al solito, nessuno ne parla. Inoltre i
titoli italiani potrebbero essere acquistati da parte della BCE, anche dal
portafoglio delle banche estere, oltre che dagli istituti nostrani, aumentando
ulteriormente l’entità del danno economico che l’Italia potrebbe,
potenzialmente, subire. Tra le spiegazioni del QE girate in questi giorni, ha
avuto un’eco minore la possibilità che l’operazione sia stata messa in campo in
previsione di una possibile uscita della Grecia sia dall’area euro che dalla
comunità europea. In questo caso le ripercussioni sul bilancio pubblico
italiano sarebbero probabilmente insostenibili. L’Italia è creditrice nei
confronti della Grecia di circa 54 miliardi di euro, grazie alla generosità dei
governi Monti, Letta e Renzi. Una perdita secca e irrecuperabile di tale entità
potrebbe essere il colpo di grazia per le esauste casse dello stato italiano, con
conseguenze del tipo di cui parlava Fabio Panetta. Le elezioni greche
consegnano il paese ad un governo comunista della sinistra estrema, che ha
vinto le elezioni con un programma basato sulla fine dei sacrifici per il
popolo greco. Se il nuovo governo greco non riuscirà nell’intento di una
rinegoziazione del debito estero, l’uscita dall’Unione e dall’Area Euro
diventerà ben più che una possibilità. A fronte di un ritorno alla dracma denso
di incognite sarà naturale (e forse anche voluto e auspicato) rivolgersi alla
Russia di Putin per un aiuto concreto in cambio di un’affiliazione politica e
militare che, di colpo, muterebbe la geografia politica in un’area strategica
del mediterraneo. L’Italia, che a differenza dalla Germania e di altri Paesi
dell’Unione Europea non ha un bilancio pubblico in utile, potrebbe essere
travolta da un eventuale Grexit, e trovarsi quindi alle soglie del default, se
non oltre, con conseguenze imprevedibili. Ma la mossa di Draghi e della BCE,
essendo stata annunciata con largo anticipo, è una delle cause dell’abbandono
del cambio fisso Franco / Euro, da parte della Banca Nazionale Svizzera,
unitamente alla crisi Russo – Ucraina, all’esito (ampiamente previsto) delle
elezioni greche, e dalla corsa apparentemente inarrestabile del dollaro. E’
anche vero che l’attivo di bilancio della BNS era enorme per un’economia di
soli 8 milioni di cittadini, raggiungendo infatti il’80% del PIL della
Confederazione Elvetica. In pratica l’attivo di bilancio della BNS ha raggiunto
i 500 miliardi, a fronte dei 2170 della BCE. Sostenere il cambio fisso con una
moneta in picchiata su tutti i mercati sarebbe stato un suicidio. Togliere il
tetto è stata quindi l’unica soluzione ragionevole da un lato per limitare le
perdite, dall’altro per evitare che il QE potesse essere usato come strumento
di pressione politica dell’UE nei confronti della Svizzera che è da sempre
giustamente orgogliosa della propria neutralità e della propria indipendenza
politica ed economica. Se gli effetti del QE saranno molto probabilmente
completamente riassorbiti dalla solidissima economia elvetica, resta da vedere
cosa faranno gli altri paesi. Il QE pare aver portato ad una sorta di parità
nel cambio Euro / Dollaro / Franco Svizzero, anche se con un maggior valore del
Dollaro USA e questo è la prima volta che accade nella storia. La Cina potrebbe
decidere di abbandonare il cambio fisso con il Dollaro USA, e attuare a sua
volta un QE rivolto ai titoli di stato più appetibili, sia sotto il profilo
economico che sotto il profilo politico, provocando un terremoto sui mercati
finanziari mondiali. Di certo è scoppiata la guerra e questo è solo l’inizio.
Nei prossimi mesi ne vedremo gli esiti non soltanto sui mercati europei, ma
anche e soprattutto su quelli mondiali.
domenica 26 ottobre 2014
LA REPUBBLICA DELL’ABBANDONO
In
questo scorcio finale del 2014, il tema dominante della politica sembra essere
diventato il mondo del lavoro dipendente. Recita l’Art. 1 della Costituzione
della Repubblica Italiana: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul
lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei
limiti della Costituzione.” E’ sicuramente un bellissimo incipit , tanto
intenso e denso di significati, quanto disatteso e ignorato nella realtà
quotidiana di questo nostro sciagurato Paese. Si parla di una cosa (il lavoro)
che in realtà non esiste più, o meglio non è più al centro dell’economia del
sistema Italia, come invece dovrebbe essere. Si parla tanto (troppo) di
modifiche unilaterali all’Art. 18 ed allo Statuto dei Lavoratori, ma non si spende
una sola parola per dire che di lavoro, in Italia, ce ne sempre meno.
Attualmente i posti di lavoro sono assolutamente contingentati. E’ come una
fortezza assediata: chi è dentro resta dentro, chi è fuori non ha nessuna
possibilità di entrare. I posti di lavoro possono quindi solo diminuire e mai
aumentare a fronte di condizioni economiche di assoluto sfavore, che, così come
sono state concepite e poste in essere, possono solo disincentivare
dall’investire in Italia. Chi può trasferisce la propria attività e la propria
ricchezza all’estero, chi non può chiude per le troppe tasse e la troppa
burocrazia. Viviamo in un sistema in cui le regole sono quelle del socialismo
reale. Grande attenzione meramente formale verso il settore pubblico, abbandono
totale di tutti gli altri e del settore privato al loro miserabile destino. Di
dichiarazioni dei politici relative alla situazione dei disoccupati, dei sotto
occupati, e delle categorie sfruttate sono pieni i giornali, senza però che vi
sia alcuna azione di Governo in favore dei più colpiti dalla crisi economica.
La stessa crisi economica non è più tale, ma è diventata crisi di sistema e si
avvita su se stessa senza soluzione di continuità producendo ulteriore
impoverimento e deflazione. In Italia abbiamo ben tre milioni e trecentomila
dipendenti pubblici, governati da un’infinità di dirigenti e funzionari
assolutamente strapagati e infinitamente più potenti e influenti dei ministri
in carica. L’attuale classe politica è sempre di più composta da cialtroni,
ladri e farabutti, attenti solo al proprio personale tornaconto economico e
alle proprie ricche prebende. Il Parlamento non è più il luogo dei grandi
ideali, ma una sorta di posto di lavoro per dipendenti dei partiti che sono
strapagati per approvare senza discutere quanto deciso in sedi extra
istituzionali. Nel frattempo, il Paese reale, abbandonato a se stesso, perde
tutti i giorni un pezzo, declina e vacilla inesorabilmente. Si è creato uno
spartiacque: di qua tutte le categorie abbandonate a vario titolo dallo Stato,
di là i politici e i dirigenti dello Stato, intoccabili e inamovibili, protetti
sia dalle leggi fatte ad hoc per loro stessi, sia dalla colpevole inerzia dei
cittadini italiani. Tutti sappiamo quello che non và e che non funziona nella
nostra quotidianità lavorativa, di studio, di vita, ma ci troviamo parimenti
tutti nella totale assenza di interlocutori validi ed interessati a risolvere i
problemi sul campo. Alcuni esempi concreti: andiamo a salvare vite umane in
mezzo al canale di Sicilia? Poco tempo dopo potrete trovare i profughi
abbandonati vagare senza meta per le nostre città e dormire nelle nostre
stazioni. Vedere la stazione Centrale di Milano per credere. Le aziende
chiudono e licenziano migliaia di lavoratori? Niente paura, con un po’ di cassa
integrazione in deroga possiamo tranquillamente abbandonare i lavoratori al
loro destino. Gli esodati? Dimenticati e abbandonati al loro destino, tant’è
che ormai non se ne parla più. Gli studenti e i ricercatori? Abbandonati a se
stessi, vadano pure all’estero che qui di gente istruita e competente non ce
alcun bisogno, anzi, ci danno pure fastidio. Alluvione a Genova? Nessun
problema: intanto premiamo i dirigenti del Comune per la loro assidua e
infaticabile opera di prevenzione, poi abbandoniamo i commercianti e la
popolazione al proprio destino (oggi come due anni fa). La Fiat chiude e và
all’estero? Nessun problema, basta guardare al futuro con ottimismo e non fare
i gufi. L’ILVA di Taranto? Commissariata e abbandonata al proprio destino. La
mafia e le altre organizzazioni criminali imperversano sul territorio? Sono
legittimate a farlo dalla rinuncia dello Stato a combatterle e a gestire il
territorio nazionale. Abbiamo un eccesso di immigrati nelle nostre città che
non si integrano ed emarginano i residenti italiani? Allo stato non interessa,
sono tutti ugualmente abbandonati. Nell’impossibilità, nell’incapacità e
nell’assoluta mancanza di volontà di attuare una seria ed incisiva azione di
governo basata su criteri di assoluta competenza e sull’interesse nazionale, si
è preferito, di fatto, abbandonare tutto e tutti al proprio destino.
Venticinque milioni di lavoratori dipendenti e autonomi devono, di fatto,
pagare tasse altissime per mantenere lo status quo , senza ricevere
nulla in cambio e per mantenere una classe politica e dirigente di parassiti e
di corrotti. Ma quello che è peggio è che anche se domani stesso si andasse a
votare non cambierebbe assolutamente niente. Nonostante gli scandali, le
ruberie ed infine l’abbandono, gli elettori tornerebbero a votare per i propri
carnefici. Sembra che solo un crollo dello Stato ed un suo default
economico sarebbero, forse, in grado di risvegliare le coscienze da un
lunghissimo sonno. Oggi, nonostante tutto, si potrebbero fare ancora molte
cose. Defiscalizzare e semplificare per rendere attrattivo investire in Italia,
semplificare le leggi dello Stato e ridurre i gradi di giudizio, abbreviare i
tempi della giustizia, rivedere e rinegoziare i trattati europei, rivedere la
politica estera italiana e risvegliare l’orgoglio nazionale, valorizzare
l’eccellenza dei prodotti e della manodopera italiana che nella manifattura
così come nell’agro alimentare e nell’industria di qualità tecnologica non è
seconda a nessuno al mondo. Si potrebbe e si dovrebbe attuare una seria
politica industriale, un piano energetico nazionale, un serio piano di difesa e
controspionaggio che difenda gli interessi nazionali, politiche agricole che
valorizzino la produzione nazionale, politiche dell’istruzione che consentano a
tutti i meritevoli l’accesso gratuito allo studio, politiche per una sanità di
qualità che non bruci le proprie risorse economiche nella corruzione e nella
burocrazia, un piano nazionale del trasporto pubblico. Tutte cose
indispensabili. Tutte parole al vento. La Repubblica fondata sul lavoro è ormai
diventata la Repubblica dell’abbandono.
domenica 11 maggio 2014
ELEZIONI AMMINISTRATIVE: LO SPECCHIO DELLA (MALA) POLITICA ITALIANA
Oggi parliamo delle prossime (il 25 maggio) elezioni
amministrative che coinvolgeranno ben 4104 comuni d’Italia. Per rendere le cose
più semplici prenderemo ad esempio uno di questi comuni, una ridente cittadina
medio piccola, dove l’agone elettorale ha coinvolto una miriade di candidati
alla carica di sindaco ed una incredibile moltitudine di candidati consiglieri
comunali. Considerato che sia il sindaco, che gli assessori ed i consiglieri
eletti guadagneranno cifre in verità modeste, parrebbe a prima vista trovarsi
di fronte ad un lodevolissimo attacco di senso civico. Nulla di più sbagliato e
fuorviante. Il sindaco uscente, universalmente noto per il carattere alquanto
“ispido”, fu letteralmente defenestrato mesi or sono per motivi rimasti oscuri
alla cittadinanza. Ufficialmente perse l’appoggio di parte della sua
maggioranza e, una bella mattina, fu fatto cadere senza tanti complimenti da
una parte dei suoi ex sostenitori e dall’opposizione. E’ stato bellissimo
vedere le facce allibite dei suoi supporter nel momento in cui il mondo gli
crollava addosso. La perdita dell’adorata poltrona può causare drammi interiori
e familiari inimmaginabili. Ma qual’era stato il detonatore che aveva portato
alla prematura caduta di un’amministrazione che, sulla carta, aveva tutte le
carte in regola per durare almeno cinque anni se non oltre? La risposta si
trova in un piano di opere e lavori pubblici senza precedenti per un contesto
limitato come quello della cittadina di cui oggi parliamo. Decine di milioni
messi in preventivo di spesa a fronte di un bilancio comunale che, pur essendo
costantemente in attivo, non è certo così capiente da consentire simili spese
nel corso del quinquennio di un’amministrazione locale. Un preventivo di spesa
tale da scatenare i più famelici appetiti, da nord a sud, senza distinzione
alcuna di fede politica e/o appartenenza partitica. A dire il vero
precedentemente si era assistito ad una sorta di prologo, propedeutico alla
situazione attuale. Dovendo provvedere alla ricostruzione di un’altra opera
pubblica (facciamo finta che, nella fattispecie, fosse una sorta di ponte) tra
tutte le soluzioni possibili era stata scelta la più inutilmente costosa, sia
sotto il profilo ingegneristico che sotto il profilo tecnico. I cittadini,
intenti ai loro affari e a non “disturbare” il lavoro dei solerti
amministratori, si guardarono bene dal protestare per l’inutile sperpero di
denaro pubblico. Al termine dei lavori di costruzione c’è chi ricorda con le
lacrime agli occhi la gioia di maggioranza e opposizione al momento della
spartizione dei meriti e, forse, anche di qualcos’altro. Ma in questo caso il
piatto è davvero ricchissimo, sempre in relazione al modesto contesto
cittadino. Certo, non saremo ai livelli miliardari dell’Expo di Milano, ma un
investimento sul territorio di circa cinquanta milioni di euro, in opere
pubbliche, non è certo da disprezzare. La domanda sorge spontanea: come fa un
modesto comune ad investire una somma superiore al totale del proprio bilancio?
Dove li prende i soldi considerato che il patto di stabilità non consente ai
solerti e diligenti amministratori di accedere alle risorse derivanti dalle
eccedenze di bilancio accumulatesi negli anni? Nel frattempo i partiti,
impegnatissimi in un accesa campagna elettorale, di tutto parlano tranne che
del piano di investimenti. Dicono tutto ed il contrario di tutto, si alleano,
si studiano, si incontrano e (per finta) si scontrano, ma mai una parola sullo
scoglio che fece naufragare la precedente amministrazione, nemmeno dai diretti
interessati. E allora? Bisogna sapere che sul territorio comunale, ormai da
qualche anno, si è acceso l’interesse di una grossa catena di supermercati che
sta cercando in tutti i modi di aprire un proprio punto vendita. Dire negozio
sarebbe improprio in quanto i potenziali assunti sarebbero tra le duecento e le
quattrocento unità. Assunti di cui la maggioranza sarebbe a tempo indeterminato
e provenienti dal comune medesimo, in un contesto lavorativo a dir poco
miserabile. Per non parlare del fatto che gli assunti, con le relative
famiglie, sarebbero un potenziale serbatoio di voti tale da far ingolosire gli
appetiti politici più voraci. L’area per la realizzazione dell’opera che ha
focalizzato l’interesse della catena di supermercati è quella attualmente
occupata da un azienda che si occupa di tutt’altro. Tanto per fare un esempio
immaginiamo che sia un’azienda di articoli sportivi ormai quasi totalmente de
localizzata all’estero, ma la cui struttura ben si presterebbe a realizzare il
centro commerciale oggetto di tanti famelici appetiti. I problemi sono
fondamentalmente due: in primo luogo il regolamento commerciale non
consentirebbe (attualmente) la realizzazione di un mega store sul territorio
comunale. Il secondo problema è che i dipendenti attualmente impiegati nell’azienda
di cui sopra ben difficilmente sarebbero riassunti dalla catena di supermercati
e questo non fa chiaramente buon gioco alla campagna elettorale in corso. La
catena di supermercati ha però calato tutti i suoi assi: acquisto in contanti
dell’immobile di suo interesse e cinquanta milioni circa al comune per gli
oneri di conversione e urbanizzazione. Più di una fonte bene informata, anche a
livello sindacale, afferma che gli accordi in tal senso sono già stati
sottoscritti nelle segrete stanze. Divulgarli ora, nel mezzo di un infuocata
campagna elettorale, farebbe infuriare parecchia gente. Pensiamo ai piccoli
commercianti che non reggerebbero la concorrenza del colosso della grande
distribuzione organizzata e sarebbero costretti a chiudere. Pensiamo ai
dipendenti che verrebbero liquidati (con il benestare dei sindacati) con un bel
calcio nelle terga, per far posto alle nuove assunzioni. Pensiamo a partiti e
liste civiche che dovrebbero giustificare la mancata trasparenza nei confronti
della cittadinanza. Pensiamo alle nuove formazioni che, presentandosi solitarie
per la prima volta, sono del tutto ignare della combine, e potrebbero usare
queste informazioni per ribaltare in tutto o in parte il risultato elettorale.
Pensiamo agli elettori che, ignari, pensano al voto in un’ottica di sano
civismo e competizione a livello comunale. Pensiamo agli appaltatori amici
degli amici che già si stanno golosamente spartendo i lavori e le opere da
eseguire. Appare evidente che non si poteva lasciar gestire quello che chiameremo
“il tortazzone” al precedente sindaco ed alla precedente amministrazione
comunale. Bisognava che i maggiorenti cittadini e le loro famiglie se ne
occupassero direttamente, senza deleghe e/o procure a terzi incomodi che ne
avrebbero potuto reclamare oltre che il merito anche una cospicua fetta. E
allora, una volta concordata la linea d’azione comune tra le finte maggioranza
ed opposizione, una volta sottoscritti i protocolli d’intesa con l’investitore,
via alla caduta della vecchia amministrazione e a nuove elezioni
amministrative. Il bello è che tutti lo sanno sia la maggioranza, sia
l’opposizione (finta) che l’ex sindaco, ma nessuno ne parla per non danneggiare
il mitico tortazzone. Che sia ormai tutto deciso appare ormai evidente. Resta
solo da vedere chi sarà a gestire direttamente la colossale operazione,
aggiudicandosene la responsabilità ed il merito e, forse, non solo quello.
Qualcuno potrebbe anche pensare ad una ricaduta economica nelle tasche dei
diretti interessati, ma, si sa, la calunnia è un venticello. Quando la
cittadinanza si ritroverà di fronte al fatto compiuto sarà troppo tardi per
protestare o cercare di indirizzare diversamente il corso degli eventi. Del
resto in campagna elettorale si parla di tutto: sport, turismo, alberghi, anziani,
centro storico, disagio sociale, lavoro, e chi più ne ha più ne metta, ma
neanche un accenno al mitico tortazzone. Se questa è la politica a livello
locale di un piccolo comune di provincia, cosa ci si può aspettare dalla
politica a livello nazionale ed europeo? Di storie come questa, migliori o
peggiori, siamo certi che potremmo raccontarne una per ognuno e ciascuno dei
4104 comuni che si apprestano al voto; potrebbe essere ambientata (quasi)
ovunque, il risultato non cambierebbe. Un economia basata su appalti e lavori
pubblici è sempre e comunque destinata a produrre simili distorsioni sul
territorio al nord come al centro e al sud. Poi, fra qualche anno, come sempre,
sarà la magistratura a fare “piena luce” su fatti e vicende che, forse, non
appariranno come legittimi all’esame effettuato nelle opportune sedi giudiziarie.
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