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lunedì 7 ottobre 2019
domenica 15 gennaio 2017
lunedì 26 gennaio 2015
QUANTITATIVE EASING
La Banca Centrale Europea nel
corso della riunione di venerdì 23 gennaio 2015, ha annunciato con grande
clamore il varo di un’operazione di Quantitative Easing, ovvero di
alleggerimento o allentamento quantitativo. In pratica si tratta di una
massiccia operazione di emissione di nuova moneta finalizzata all’acquisto di
titoli di stato o obbligazionari detenuti nel portafoglio degli Istituti
Bancari europei. Le finalità dichiarate dell’operazione sono quelle di
immettere nuova liquidità nelle banche alleggerendone il portafoglio titoli, in
modo che queste possano emettere nuovi mutui o prestiti sul mercato del
credito, e, di conseguenza si ottenga come effetto collaterale un innalzamento
del tasso di inflazione al 2% circa, allontanando la pericolosissima deflazione
che sta causando sempre maggiori problemi. Inizialmente l’operazione avrebbe
dovuto essere di circa 500 miliardi di euro. Successivamente è stata
raddoppiata a circa 1140 miliardi, con un piano d’acquisti per circa 60
miliardi al mese a partire da marzo 2015 e sino a settembre 2016. Il piano
d’acquisti riguarda tutta l’unione europea, ad eccezione della Grecia e di
Cipro, i cui titoli hanno un rating D (default), ovvero sono considerati
spazzatura. Ovviamente l’operazione è stata seguita da un grande clamore
mediatico e salutata come se fosse risolutiva dell’attuale crisi senza fine
che, ormai da otto anni, attanaglia l’Europa. Come sempre in questi casi
occorre fare chiarezza e riportare le cose alla loro giusta dimensione.
Domenica 26 ottobre 2014, alle ore 13.15 presso la sede della Banca D’Italia a
Palazzo Koch, si teneva una conferenza stampa che faceva seguito ad una analoga
tenuta precedentemente presso la Sede della BCE e Francoforte. In
quell’occasione, Fabio Panetta, vice direttore del nostro Istituto Centrale,
comunicava i risultati dei cosiddetti stress test ai quali erano state
sottoposte le banche italiane per verificarne la resistenza a fronte di
situazioni estreme. Nel caso italiano in particolare, "lo scenario è molto
sfavorevole perché ipotizza una grave recessione per l’intero periodo 2014-16,
dopo quella già sofferta dall’economia italiana nel 2012-13, che faceva
seguito a quella del 2008-09; ipotizza inoltre un riacutizzarsi della crisi del
debito sovrano. Questo ipotetico scenario utilizzato nella simulazione -
sintetizza Panetta - configurerebbe quindi un collasso dell’economia italiana,
con gravi conseguenze ben oltre la sfera bancaria" In particolare, dalle
simulazioni, emerge l’incapacità di far fronte a situazioni anche solo “difficili”
di due istituti di credito italiani: il Monte dei Paschi di Siena e la Banca
Carige di Genova. E’ bene ricordare che MPS è già stato finanziato a spese dei
contribuenti per ben 4 miliardi durante il controverso governo Monti. Perlomeno
in prima battuta il QE appare quindi come un ulteriore salvagente lanciato agli
Istituti di Credito “decotti”, che non la panacea per i mali dell’economia
europea. Come da noi già sottolineato precedentemente, gli Istituti Bancari in
grave crisi, a partire dal Monte dei Paschi di Siena, dovrebbero essere
sottoposti alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, e non aiutati
a spese dei contribuenti. I motivi per cui non si è voluto procedere alla
L.C.A. così come previsto dalla legge bancaria italiana, sono puramente
politici, non economici. In un sistema sano il fallimento di una banca, per
quanto doloroso possa essere, equivale ad eliminare una mela marcia, salvando e
tutelando tutte le altre. La strada intrapresa dal Governo Italiano, (ma anche
da quello di altri paesi) è stata invece quella del salvataggio a tutti i
costi. Il fallimento della Banca Privata Italiana di Michele Sindona prima, e
del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi successivamente, hanno contribuito
all’irrobustimento del sistema bancario italiano e hanno fatto da monito ai
banchieri per un cero numero di anni. Ma oggi non è più così. Bisogna infatti
prendere atto di una strenua volontà governativa, sia a livello nazionale che a
livello europeo, di voler salvare le banche anche a scapito dell’economia
reale. Ma non finisce qui. L’acquisto di titoli di stato e/o obbligazioni è
suddiviso tra i vari Stati in ragione della loro partecipazione al capitale
della BCE. Nel caso dell’Italia la quota detenuta dalla nostra Banca D’Italia è
pari al 12,3108%. In pratica, dei circa 1140 miliardi di euro del QE, ne
verranno spesi in Italia solo 140,34 circa, al ritmo di 7 miliardi al mese
circa. Non è molto per risollevare un’economia nazionale gravata da un debito
pubblico fuori controllo che ormai viaggia allegramente oltre i 2150 miliardi
di euro, ma è sicuramente un grosso regalo fatto alle banche nostrane che, a
causa di tutta una serie di politiche industriali e di investimenti sbagliati
si trovano, per l’ennesima volta, a corto di liquidità. Possiamo anche
presumere che questi soldi serviranno più per sanare i bilanci degli Istituti,
che non per creare liquidità a disposizione delle imprese e dei privati in
un’ottica di superamento del “Credit Crunch”. Esiste ovviamente una clausola di
salvaguardia a tutela dell’investimento della BCE. La Banca Centrale Europea
assume su di sé solo il 20% del rischio, il rimanente 80% resta a carico del
Paese che emette i titoli. Nel caso dell’Italia il rischio maggiore è insito
nel fatto che, in caso di insolvenza e/o di rating “D” del nostro debito
sovrano, dovremmo cedere alla BCE sia le nostre riserve auree che quelle
valutarie. Non è cosa da poco, ma come al solito, nessuno ne parla. Inoltre i
titoli italiani potrebbero essere acquistati da parte della BCE, anche dal
portafoglio delle banche estere, oltre che dagli istituti nostrani, aumentando
ulteriormente l’entità del danno economico che l’Italia potrebbe,
potenzialmente, subire. Tra le spiegazioni del QE girate in questi giorni, ha
avuto un’eco minore la possibilità che l’operazione sia stata messa in campo in
previsione di una possibile uscita della Grecia sia dall’area euro che dalla
comunità europea. In questo caso le ripercussioni sul bilancio pubblico
italiano sarebbero probabilmente insostenibili. L’Italia è creditrice nei
confronti della Grecia di circa 54 miliardi di euro, grazie alla generosità dei
governi Monti, Letta e Renzi. Una perdita secca e irrecuperabile di tale entità
potrebbe essere il colpo di grazia per le esauste casse dello stato italiano, con
conseguenze del tipo di cui parlava Fabio Panetta. Le elezioni greche
consegnano il paese ad un governo comunista della sinistra estrema, che ha
vinto le elezioni con un programma basato sulla fine dei sacrifici per il
popolo greco. Se il nuovo governo greco non riuscirà nell’intento di una
rinegoziazione del debito estero, l’uscita dall’Unione e dall’Area Euro
diventerà ben più che una possibilità. A fronte di un ritorno alla dracma denso
di incognite sarà naturale (e forse anche voluto e auspicato) rivolgersi alla
Russia di Putin per un aiuto concreto in cambio di un’affiliazione politica e
militare che, di colpo, muterebbe la geografia politica in un’area strategica
del mediterraneo. L’Italia, che a differenza dalla Germania e di altri Paesi
dell’Unione Europea non ha un bilancio pubblico in utile, potrebbe essere
travolta da un eventuale Grexit, e trovarsi quindi alle soglie del default, se
non oltre, con conseguenze imprevedibili. Ma la mossa di Draghi e della BCE,
essendo stata annunciata con largo anticipo, è una delle cause dell’abbandono
del cambio fisso Franco / Euro, da parte della Banca Nazionale Svizzera,
unitamente alla crisi Russo – Ucraina, all’esito (ampiamente previsto) delle
elezioni greche, e dalla corsa apparentemente inarrestabile del dollaro. E’
anche vero che l’attivo di bilancio della BNS era enorme per un’economia di
soli 8 milioni di cittadini, raggiungendo infatti il’80% del PIL della
Confederazione Elvetica. In pratica l’attivo di bilancio della BNS ha raggiunto
i 500 miliardi, a fronte dei 2170 della BCE. Sostenere il cambio fisso con una
moneta in picchiata su tutti i mercati sarebbe stato un suicidio. Togliere il
tetto è stata quindi l’unica soluzione ragionevole da un lato per limitare le
perdite, dall’altro per evitare che il QE potesse essere usato come strumento
di pressione politica dell’UE nei confronti della Svizzera che è da sempre
giustamente orgogliosa della propria neutralità e della propria indipendenza
politica ed economica. Se gli effetti del QE saranno molto probabilmente
completamente riassorbiti dalla solidissima economia elvetica, resta da vedere
cosa faranno gli altri paesi. Il QE pare aver portato ad una sorta di parità
nel cambio Euro / Dollaro / Franco Svizzero, anche se con un maggior valore del
Dollaro USA e questo è la prima volta che accade nella storia. La Cina potrebbe
decidere di abbandonare il cambio fisso con il Dollaro USA, e attuare a sua
volta un QE rivolto ai titoli di stato più appetibili, sia sotto il profilo
economico che sotto il profilo politico, provocando un terremoto sui mercati
finanziari mondiali. Di certo è scoppiata la guerra e questo è solo l’inizio.
Nei prossimi mesi ne vedremo gli esiti non soltanto sui mercati europei, ma
anche e soprattutto su quelli mondiali.
domenica 26 ottobre 2014
LA REPUBBLICA DELL’ABBANDONO
In
questo scorcio finale del 2014, il tema dominante della politica sembra essere
diventato il mondo del lavoro dipendente. Recita l’Art. 1 della Costituzione
della Repubblica Italiana: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul
lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei
limiti della Costituzione.” E’ sicuramente un bellissimo incipit , tanto
intenso e denso di significati, quanto disatteso e ignorato nella realtà
quotidiana di questo nostro sciagurato Paese. Si parla di una cosa (il lavoro)
che in realtà non esiste più, o meglio non è più al centro dell’economia del
sistema Italia, come invece dovrebbe essere. Si parla tanto (troppo) di
modifiche unilaterali all’Art. 18 ed allo Statuto dei Lavoratori, ma non si spende
una sola parola per dire che di lavoro, in Italia, ce ne sempre meno.
Attualmente i posti di lavoro sono assolutamente contingentati. E’ come una
fortezza assediata: chi è dentro resta dentro, chi è fuori non ha nessuna
possibilità di entrare. I posti di lavoro possono quindi solo diminuire e mai
aumentare a fronte di condizioni economiche di assoluto sfavore, che, così come
sono state concepite e poste in essere, possono solo disincentivare
dall’investire in Italia. Chi può trasferisce la propria attività e la propria
ricchezza all’estero, chi non può chiude per le troppe tasse e la troppa
burocrazia. Viviamo in un sistema in cui le regole sono quelle del socialismo
reale. Grande attenzione meramente formale verso il settore pubblico, abbandono
totale di tutti gli altri e del settore privato al loro miserabile destino. Di
dichiarazioni dei politici relative alla situazione dei disoccupati, dei sotto
occupati, e delle categorie sfruttate sono pieni i giornali, senza però che vi
sia alcuna azione di Governo in favore dei più colpiti dalla crisi economica.
La stessa crisi economica non è più tale, ma è diventata crisi di sistema e si
avvita su se stessa senza soluzione di continuità producendo ulteriore
impoverimento e deflazione. In Italia abbiamo ben tre milioni e trecentomila
dipendenti pubblici, governati da un’infinità di dirigenti e funzionari
assolutamente strapagati e infinitamente più potenti e influenti dei ministri
in carica. L’attuale classe politica è sempre di più composta da cialtroni,
ladri e farabutti, attenti solo al proprio personale tornaconto economico e
alle proprie ricche prebende. Il Parlamento non è più il luogo dei grandi
ideali, ma una sorta di posto di lavoro per dipendenti dei partiti che sono
strapagati per approvare senza discutere quanto deciso in sedi extra
istituzionali. Nel frattempo, il Paese reale, abbandonato a se stesso, perde
tutti i giorni un pezzo, declina e vacilla inesorabilmente. Si è creato uno
spartiacque: di qua tutte le categorie abbandonate a vario titolo dallo Stato,
di là i politici e i dirigenti dello Stato, intoccabili e inamovibili, protetti
sia dalle leggi fatte ad hoc per loro stessi, sia dalla colpevole inerzia dei
cittadini italiani. Tutti sappiamo quello che non và e che non funziona nella
nostra quotidianità lavorativa, di studio, di vita, ma ci troviamo parimenti
tutti nella totale assenza di interlocutori validi ed interessati a risolvere i
problemi sul campo. Alcuni esempi concreti: andiamo a salvare vite umane in
mezzo al canale di Sicilia? Poco tempo dopo potrete trovare i profughi
abbandonati vagare senza meta per le nostre città e dormire nelle nostre
stazioni. Vedere la stazione Centrale di Milano per credere. Le aziende
chiudono e licenziano migliaia di lavoratori? Niente paura, con un po’ di cassa
integrazione in deroga possiamo tranquillamente abbandonare i lavoratori al
loro destino. Gli esodati? Dimenticati e abbandonati al loro destino, tant’è
che ormai non se ne parla più. Gli studenti e i ricercatori? Abbandonati a se
stessi, vadano pure all’estero che qui di gente istruita e competente non ce
alcun bisogno, anzi, ci danno pure fastidio. Alluvione a Genova? Nessun
problema: intanto premiamo i dirigenti del Comune per la loro assidua e
infaticabile opera di prevenzione, poi abbandoniamo i commercianti e la
popolazione al proprio destino (oggi come due anni fa). La Fiat chiude e và
all’estero? Nessun problema, basta guardare al futuro con ottimismo e non fare
i gufi. L’ILVA di Taranto? Commissariata e abbandonata al proprio destino. La
mafia e le altre organizzazioni criminali imperversano sul territorio? Sono
legittimate a farlo dalla rinuncia dello Stato a combatterle e a gestire il
territorio nazionale. Abbiamo un eccesso di immigrati nelle nostre città che
non si integrano ed emarginano i residenti italiani? Allo stato non interessa,
sono tutti ugualmente abbandonati. Nell’impossibilità, nell’incapacità e
nell’assoluta mancanza di volontà di attuare una seria ed incisiva azione di
governo basata su criteri di assoluta competenza e sull’interesse nazionale, si
è preferito, di fatto, abbandonare tutto e tutti al proprio destino.
Venticinque milioni di lavoratori dipendenti e autonomi devono, di fatto,
pagare tasse altissime per mantenere lo status quo , senza ricevere
nulla in cambio e per mantenere una classe politica e dirigente di parassiti e
di corrotti. Ma quello che è peggio è che anche se domani stesso si andasse a
votare non cambierebbe assolutamente niente. Nonostante gli scandali, le
ruberie ed infine l’abbandono, gli elettori tornerebbero a votare per i propri
carnefici. Sembra che solo un crollo dello Stato ed un suo default
economico sarebbero, forse, in grado di risvegliare le coscienze da un
lunghissimo sonno. Oggi, nonostante tutto, si potrebbero fare ancora molte
cose. Defiscalizzare e semplificare per rendere attrattivo investire in Italia,
semplificare le leggi dello Stato e ridurre i gradi di giudizio, abbreviare i
tempi della giustizia, rivedere e rinegoziare i trattati europei, rivedere la
politica estera italiana e risvegliare l’orgoglio nazionale, valorizzare
l’eccellenza dei prodotti e della manodopera italiana che nella manifattura
così come nell’agro alimentare e nell’industria di qualità tecnologica non è
seconda a nessuno al mondo. Si potrebbe e si dovrebbe attuare una seria
politica industriale, un piano energetico nazionale, un serio piano di difesa e
controspionaggio che difenda gli interessi nazionali, politiche agricole che
valorizzino la produzione nazionale, politiche dell’istruzione che consentano a
tutti i meritevoli l’accesso gratuito allo studio, politiche per una sanità di
qualità che non bruci le proprie risorse economiche nella corruzione e nella
burocrazia, un piano nazionale del trasporto pubblico. Tutte cose
indispensabili. Tutte parole al vento. La Repubblica fondata sul lavoro è ormai
diventata la Repubblica dell’abbandono.
domenica 11 maggio 2014
ELEZIONI AMMINISTRATIVE: LO SPECCHIO DELLA (MALA) POLITICA ITALIANA
Oggi parliamo delle prossime (il 25 maggio) elezioni
amministrative che coinvolgeranno ben 4104 comuni d’Italia. Per rendere le cose
più semplici prenderemo ad esempio uno di questi comuni, una ridente cittadina
medio piccola, dove l’agone elettorale ha coinvolto una miriade di candidati
alla carica di sindaco ed una incredibile moltitudine di candidati consiglieri
comunali. Considerato che sia il sindaco, che gli assessori ed i consiglieri
eletti guadagneranno cifre in verità modeste, parrebbe a prima vista trovarsi
di fronte ad un lodevolissimo attacco di senso civico. Nulla di più sbagliato e
fuorviante. Il sindaco uscente, universalmente noto per il carattere alquanto
“ispido”, fu letteralmente defenestrato mesi or sono per motivi rimasti oscuri
alla cittadinanza. Ufficialmente perse l’appoggio di parte della sua
maggioranza e, una bella mattina, fu fatto cadere senza tanti complimenti da
una parte dei suoi ex sostenitori e dall’opposizione. E’ stato bellissimo
vedere le facce allibite dei suoi supporter nel momento in cui il mondo gli
crollava addosso. La perdita dell’adorata poltrona può causare drammi interiori
e familiari inimmaginabili. Ma qual’era stato il detonatore che aveva portato
alla prematura caduta di un’amministrazione che, sulla carta, aveva tutte le
carte in regola per durare almeno cinque anni se non oltre? La risposta si
trova in un piano di opere e lavori pubblici senza precedenti per un contesto
limitato come quello della cittadina di cui oggi parliamo. Decine di milioni
messi in preventivo di spesa a fronte di un bilancio comunale che, pur essendo
costantemente in attivo, non è certo così capiente da consentire simili spese
nel corso del quinquennio di un’amministrazione locale. Un preventivo di spesa
tale da scatenare i più famelici appetiti, da nord a sud, senza distinzione
alcuna di fede politica e/o appartenenza partitica. A dire il vero
precedentemente si era assistito ad una sorta di prologo, propedeutico alla
situazione attuale. Dovendo provvedere alla ricostruzione di un’altra opera
pubblica (facciamo finta che, nella fattispecie, fosse una sorta di ponte) tra
tutte le soluzioni possibili era stata scelta la più inutilmente costosa, sia
sotto il profilo ingegneristico che sotto il profilo tecnico. I cittadini,
intenti ai loro affari e a non “disturbare” il lavoro dei solerti
amministratori, si guardarono bene dal protestare per l’inutile sperpero di
denaro pubblico. Al termine dei lavori di costruzione c’è chi ricorda con le
lacrime agli occhi la gioia di maggioranza e opposizione al momento della
spartizione dei meriti e, forse, anche di qualcos’altro. Ma in questo caso il
piatto è davvero ricchissimo, sempre in relazione al modesto contesto
cittadino. Certo, non saremo ai livelli miliardari dell’Expo di Milano, ma un
investimento sul territorio di circa cinquanta milioni di euro, in opere
pubbliche, non è certo da disprezzare. La domanda sorge spontanea: come fa un
modesto comune ad investire una somma superiore al totale del proprio bilancio?
Dove li prende i soldi considerato che il patto di stabilità non consente ai
solerti e diligenti amministratori di accedere alle risorse derivanti dalle
eccedenze di bilancio accumulatesi negli anni? Nel frattempo i partiti,
impegnatissimi in un accesa campagna elettorale, di tutto parlano tranne che
del piano di investimenti. Dicono tutto ed il contrario di tutto, si alleano,
si studiano, si incontrano e (per finta) si scontrano, ma mai una parola sullo
scoglio che fece naufragare la precedente amministrazione, nemmeno dai diretti
interessati. E allora? Bisogna sapere che sul territorio comunale, ormai da
qualche anno, si è acceso l’interesse di una grossa catena di supermercati che
sta cercando in tutti i modi di aprire un proprio punto vendita. Dire negozio
sarebbe improprio in quanto i potenziali assunti sarebbero tra le duecento e le
quattrocento unità. Assunti di cui la maggioranza sarebbe a tempo indeterminato
e provenienti dal comune medesimo, in un contesto lavorativo a dir poco
miserabile. Per non parlare del fatto che gli assunti, con le relative
famiglie, sarebbero un potenziale serbatoio di voti tale da far ingolosire gli
appetiti politici più voraci. L’area per la realizzazione dell’opera che ha
focalizzato l’interesse della catena di supermercati è quella attualmente
occupata da un azienda che si occupa di tutt’altro. Tanto per fare un esempio
immaginiamo che sia un’azienda di articoli sportivi ormai quasi totalmente de
localizzata all’estero, ma la cui struttura ben si presterebbe a realizzare il
centro commerciale oggetto di tanti famelici appetiti. I problemi sono
fondamentalmente due: in primo luogo il regolamento commerciale non
consentirebbe (attualmente) la realizzazione di un mega store sul territorio
comunale. Il secondo problema è che i dipendenti attualmente impiegati nell’azienda
di cui sopra ben difficilmente sarebbero riassunti dalla catena di supermercati
e questo non fa chiaramente buon gioco alla campagna elettorale in corso. La
catena di supermercati ha però calato tutti i suoi assi: acquisto in contanti
dell’immobile di suo interesse e cinquanta milioni circa al comune per gli
oneri di conversione e urbanizzazione. Più di una fonte bene informata, anche a
livello sindacale, afferma che gli accordi in tal senso sono già stati
sottoscritti nelle segrete stanze. Divulgarli ora, nel mezzo di un infuocata
campagna elettorale, farebbe infuriare parecchia gente. Pensiamo ai piccoli
commercianti che non reggerebbero la concorrenza del colosso della grande
distribuzione organizzata e sarebbero costretti a chiudere. Pensiamo ai
dipendenti che verrebbero liquidati (con il benestare dei sindacati) con un bel
calcio nelle terga, per far posto alle nuove assunzioni. Pensiamo a partiti e
liste civiche che dovrebbero giustificare la mancata trasparenza nei confronti
della cittadinanza. Pensiamo alle nuove formazioni che, presentandosi solitarie
per la prima volta, sono del tutto ignare della combine, e potrebbero usare
queste informazioni per ribaltare in tutto o in parte il risultato elettorale.
Pensiamo agli elettori che, ignari, pensano al voto in un’ottica di sano
civismo e competizione a livello comunale. Pensiamo agli appaltatori amici
degli amici che già si stanno golosamente spartendo i lavori e le opere da
eseguire. Appare evidente che non si poteva lasciar gestire quello che chiameremo
“il tortazzone” al precedente sindaco ed alla precedente amministrazione
comunale. Bisognava che i maggiorenti cittadini e le loro famiglie se ne
occupassero direttamente, senza deleghe e/o procure a terzi incomodi che ne
avrebbero potuto reclamare oltre che il merito anche una cospicua fetta. E
allora, una volta concordata la linea d’azione comune tra le finte maggioranza
ed opposizione, una volta sottoscritti i protocolli d’intesa con l’investitore,
via alla caduta della vecchia amministrazione e a nuove elezioni
amministrative. Il bello è che tutti lo sanno sia la maggioranza, sia
l’opposizione (finta) che l’ex sindaco, ma nessuno ne parla per non danneggiare
il mitico tortazzone. Che sia ormai tutto deciso appare ormai evidente. Resta
solo da vedere chi sarà a gestire direttamente la colossale operazione,
aggiudicandosene la responsabilità ed il merito e, forse, non solo quello.
Qualcuno potrebbe anche pensare ad una ricaduta economica nelle tasche dei
diretti interessati, ma, si sa, la calunnia è un venticello. Quando la
cittadinanza si ritroverà di fronte al fatto compiuto sarà troppo tardi per
protestare o cercare di indirizzare diversamente il corso degli eventi. Del
resto in campagna elettorale si parla di tutto: sport, turismo, alberghi, anziani,
centro storico, disagio sociale, lavoro, e chi più ne ha più ne metta, ma
neanche un accenno al mitico tortazzone. Se questa è la politica a livello
locale di un piccolo comune di provincia, cosa ci si può aspettare dalla
politica a livello nazionale ed europeo? Di storie come questa, migliori o
peggiori, siamo certi che potremmo raccontarne una per ognuno e ciascuno dei
4104 comuni che si apprestano al voto; potrebbe essere ambientata (quasi)
ovunque, il risultato non cambierebbe. Un economia basata su appalti e lavori
pubblici è sempre e comunque destinata a produrre simili distorsioni sul
territorio al nord come al centro e al sud. Poi, fra qualche anno, come sempre,
sarà la magistratura a fare “piena luce” su fatti e vicende che, forse, non
appariranno come legittimi all’esame effettuato nelle opportune sedi giudiziarie.
martedì 28 maggio 2013
C.S.I. a 5 stelle: Finale di Stagione
Il giorno dopo i risultati delle elezioni amministrative,
quello che emerge come dato dirompente è il crollo del movimento 5 stelle su
tutto il territorio nazionale. Grillo tuona contro gli elettori, collusi a suo
dire con il sistema dei partiti che sta mandando a picco l’Italia. Come al
solito si manca totalmente di ogni e qualsivoglia capacità d’analisi, Grillo si
considera alfiere unico della verità assoluta e scomunica le orde dei non
credenti. Si sarebbe potuto sperare in un risultato diverso solo nel caso in
cui le legittime aspettative degli elettori che a febbraio votarono M5S non
fossero state così nettamente tradite. Quando dopo le elezioni si profilò
l’ipotesi di un’alleanza con il Partito Democratico si disse e si fece di tutto
per evitare anche solo che si aprisse un dialogo tra l’M5S ed il PD. A dire di
no e ad insultare Bersani per oltre 40 giorni fu proprio lui: Beppe Grillo. Gli
elettori che, come il sottoscritto, avevano votato per un cambiamento nella
politica si sono trovati ad essere cornuti e mazziati senza alcuno scampo.
Sull’onda dei no ci siamo ritrovati con un bel governo PD-PDL, ovvero con
Berlusconi di nuovo in sella e al Governo. Ed era veramente la peggiore delle
ipotesi di governo, quella che, personalmente, ritengo insopportabile e indegna
dell’Italia. Ma a quanto pare non sono il solo a pensarla così. Qualche milione
di italiani ha cambiato idea e ha deciso (alla velocità di Internet) che l’M5S
non merita di essere rivotato e ha preferito astenersi. Diciamo che, per questa
volta, ha perso pure poco. Al prossimo giro quando sarà ridotto all’osso forse
a qualcuno sorgerà qualche dubbio. Per ora niente, solo inossidabili certezze.
Sicuramente un grosso aiuto al declino a
5 stelle è arrivato dai “portavoce” Crimi e Lombardi. Il primo si è
distinto essenzialmente per le sue sonore dormite durante le sedute del Senato,
per la sua totale impreparazione, e per non essere stato in grado di esprimere
un concetto o una frase di senso compiuto dal momento dell’elezione ad oggi. La
Lombardi, al cui confronto persino l’universalmente detestata Margaret Thatcher
appare simpatica, si è distinta in maleducazione, supponenza, arroganza e
ignoranza, e si è dimostrata solo capace di prevaricare. Questo è stato il
meglio espresso dai 5 stelle da febbraio ad oggi. Tutti gli altri eletti,
condannati all’anonimato dai diktat del loro capo supremo, brillano per i loro
curriculum, privi di ogni e qualsivoglia competenza utile al paese nell’ora del
disastro istituzionale che viviamo quotidianamente. E forse è veramente meglio
che non parlino vista la scarsa padronanza dimostrata nel padroneggiare la
lingua di Dante. Da febbraio ad oggi è stato un continuo discutere di diarie e
di scontrini fiscali. Si è dato un gran risalto al rifiuto del finanziamento
pubblico al M5S, come se questo fosse sufficiente a risolvere i problemi del
paese reale. A fronte di 800 miliardi all’anno di spesa pubblica né i 45
milioni restituiti, né la riduzione degli stipendi dei parlamentari possono
avere un impatto sui conti pubblici, e quindi sulla vita dei cittadini del
paese reale. I 5 stelle, imperterriti nella loro stolida ignoranza, ritengono
che basti ridurre gli stipendi dei parlamentari e azzerare i finanziamenti
pubblici ai partiti per risolvere i problemi economici del paese. A fronte di
un debito pubblico che ormai galoppa verso i 2100 miliardi di euro, era forse
lecito aspettarsi qualcosa di più incisivo da chi proclama ai quattro venti di
voler risolvere i problemi dell’Italia. Soprattutto bisognerebbe capire che
anche azzerando i compensi dei parlamentari non si risolve niente, anzi! Già
adesso abbiamo una lunga fila di aziende multinazionali pronte a rimpinguare le
casse dei partiti e le tasche degli onorevoli. State ben certi che se un
parlamentare attualmente può arrivare a guadagnare 20 mila euro al mese,
azzerandogli lo stipendio arriverà a intascare almeno tre volte tanto. In
cambio voterà tutte quelle leggi utili a questa o a quell’azienda, e per i
cittadini di questo sciagurato paese andrà anche peggio di oggi. In molti hanno
capito che lo stipendio dei parlamentari è una sorta di presidio per preservare
gli ultimi scampoli d’indipendenza delle due camere. Ma non i 5 stelle, tra le
cui caratteristiche vi è quella di non
essere in grado di cambiare idea nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti e dei
numeri. Un ulteriore aiuto alla sconfitta è arrivato dalla rielezione del
Presidente Napolitano. Se non si fosse detto sempre e solo no ad ogni ipotesi
di dialogo con il PD, e non si fosse insistito tanto con la candidatura di
Rodotà, forse oggi ci ritroveremmo con un Presidente diverso, e voglio
pensare,migliore dell’attuale. Rodotà era francamente invotabile e indigesto
per la stragrande maggioranza degli italiani sia per il suo passato nel P.C.I., sia per essere sempre e comunque uomo
dell’Apparato e della Nomenklatura. Ma i 5 stelle hanno nel DNA l’arroganza
degli ignoranti e non essendo avvezzi al dialogo non sono stati in grado di
gestire una soluzione di compromesso che portasse al Quirinale una figura
condivisa con il PD ma lontana dal PDL. La rielezione del Presidente Napolitano
è stata vista da me e da molti altri come l’ultima di un’infinita serie di
occasioni mancate per dare un vero segnale di cambiamento al paese. Davvero non
si poteva trovare un cinquantenne preparato e dinamico, con famiglia e bambini,
da mandare al Quirinale per gestire con onestà e competenza questo delicato
ruolo istituzionale? Non mi pare plausibile che gli unici candidabili siano
personaggi che hanno passato da lungo tempo le soglie dell’età pensionabile,
uomini del secolo scorso ormai assolutamente lontani dalla complessità del
mondo del ventunesimo secolo. Giustamente gli elettori del M5S hanno preferito
non rivotare chi li ha così profondamente delusi. Grillo ora lancia strali dal
suo blog, e nuovamente pare ergersi a tribuno della plebe. Anche prima che la
Gabanelli ne parlasse a “Report” era evidente, a me e a molti altri, come il
fine ultimo di tutte le sue attività non fosse altro che il profitto derivante
dal blog. Da buon genovese residente in Canton Ticino gode delle stesse
agevolazioni fiscali di cui gode Marchionne. I profitti del blog sono schizzati
alle stelle e sono stimati per il 2013 in una cifra variabile tra i 10 e i 15
milioni di euro. A Grillo non importa nulla di niente e di nessuno, egli non è
altro che un cinico disfattista bene attento a riempire sempre e solo il
proprio portafoglio. Con quale credibilità blatera di stipendi dei
parlamentari? Lui, milionario grazie all’M5S, ritiene che gli altri debbano
autoridursi lo stipendio secondo le sue precise disposizioni. Ma non pare che
ne lui ne la sua famiglia siano disposti a rinunciare ai lauti introiti del
blog. Ormai le sue uscite hanno il sapore sapido di trovate propagandistiche
atte solo ad aumentare i contatti sul suo blog e, di conseguenza, i profitti
della premiata ditta Grillo & Casaleggio. Alla luce di tutto ciò il
risultato del movimento 5 stelle appare addirittura esagerato se confrontato
con le legittime aspettative tradite. Ma tutto questo non sarebbe stato comunque
possibile se gli eletti a 5 stelle non fossero stati selezionati esclusivamente
tra quelli “della prima ora” e del famoso “V day”, insomma tra quelli più
intransigenti e meno disposti al dialogo. Costoro, in virtù di queste
discutibili caratteristiche hanno, come si suol dire, messo i piedi nel piatto,
escludendo di fatto l’ipotesi di altre e ben più qualificate candidature per i
seggi della Camera e del Senato. Ma anche a livello locale non mancano episodi
di prevaricazione al limite della decenza. In Liguria, ed in particolare nel
levante ligure, abbiamo un personaggio che non manca di fondare nuovi meetup in
tutti i comuni. Egli è onnipresente sempre e comunque, certo che al momento
opportuno potrà contare su di un sufficiente numero di preferenze per potersi
candidare in Regione Liguria. Non è andata meglio a Sestri Levante dove il
candidato sindaco si è appunto candidato mesi prima dell’inizio della campagna
elettorale in modo da evitare ogni e qualsivoglia possibilità di ulteriori
fastidiose candidature. Costui si è particolarmente distinto per le sue lunghe
trasferte in camper che lo hanno portato in un gran numero di comuni liguri,
ma, evidentemente, lontanissimo da Sestri Levante. Oggi dichiara che avrebbe
sperato in qualcosa di più, francamente ci pare che quanto conquistato sia già
grasso che cola. Continua, come del resto tutti i meetup a 5 stelle della
riviera di levante, a parlare di depuratori, rifiuti, eco sostenibilità e banda
larga, tutte cose che non hanno nessuna priorità per la gente che vive nel
paese reale, senza avere nessuna idea di cosa sia o di come funzioni la
macchina comunale e, peggio ancora, senza aver capito le esigenze e le
aspettative dei cittadini del suo territorio di competenza. Di fronte ad una
crisi e ad una disoccupazione che stanno colpendo in modo terrificante tutto il
Tigullio e le sue valli, di fronte a continue chiusure di imprese ed esercizi
commerciali, il buon Martino Tassano dichiara che sorveglierà che i vincitori
rispettino il programma per il quale sono stati eletti. Meglio sarebbe chiedere
scusa all’elettorato per non essere stati in grado di capire il proprio
territorio e per aver totalmente sbagliato gli obbiettivi della campagna
elettorale. Gli eletti a 5 stelle hanno colto il loro effimero successo nella
speranza che portassero il cambiamento e le riforme. Oggi, non sapendo che
pesci pigliare, si propongono per impropri ruoli di guardiania istituzionale,
ruoli che non gli competono e per i quali non sono minimamente qualificati, ed
il buon Martino Tassano ne è l’esempio più lampante. Ma anche in quei comuni
del Tigullio ove non si è votato le cose non vanno meglio. I 5 stelle, quando
non perseguono tanto ostinatamente quanto inutilmente gli stessi obbiettivi di
Tassano, pensano di dialogare con tutti tranne che con i loro elettori.
L’elettorato a 5 stelle uscito dalle urne di febbraio era costituito da
disoccupati, sotto occupati, precari, ex dipendenti rottamati dalle loro
aziende, gente al di sotto della soglia di povertà, derelitti e dimenticati dalle
istituzioni. Ma, tra i cinque stelle si crede che, nell’ambito del Tigullio,
gli interlocutori siano i Sestieri piuttosto che l’ASCOM o l’associazione degli
albergatori. Forse sarebbe stato meglio entrare nell’ottica di parlare con gli
ultimi, con chi non arriva a fine mese, con i derelitti. A parlare e a cercare
di aiutare i problemi di costoro è rimasta solo la tanto vituperata (dai 5
stelle) Chiesa Cattolica, che almeno cerca di aiutare come può in mezzo ad una
crisi ogni giorno più devastante e terribile. Se il fatto di aver rifiutato
un’alleanza con il PD ha causato un danno, questo consiste nell’aver aiutato il
PDL e Monti a mantenere l’Italia in uno stato di recessione senza speranza e
senza fine. Il 50 % e oltre del l’elettorato non ha votato, sta in un angolo,
guarda e aspetta. Chi, cosa e quando non ci è dato, per ora di sapere, anche
se, ne sono certo, questa maggioranza silenziosa farà sentire quanto prima il
suo rabbioso ruggito e sarà un urlo impossibile da ignorare. Per ora, delusa e
attonita, assiste impotente al finale di stagione del movimento 5 stelle.
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